Musik



Tagebuch

Anabasis: Lampi di genio di una mente in black out.

Se avere un'opinione è un crimine, Vostro Onore, io mi dichiaro colpevole.
Ho peccato di assertività in ogni giorno della mia vita: ed ho pure sempre sbagliato il luogo ed il tempo.


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alto gradiment... citando dietro i miei ... ex cathedra graficamente io non sto ben... pensavo meglio pensieri bonsa... personalmente vite svitate


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Utente: satsuki

Sar@ scheint anfangs 'recht normal' zu sein. Ah ah ah. Falsch. Sie ist eine hässliche Verrückte. Manchmal. Sie ist auch ein hübsches Mädchen: grüne Augen, hübsche Beine, aber keine Titten. Leider ist sie Magersüchtig. Zum Glück, ironisch. Drinni und Draußi. Viele Freunde, eine Schwester. Ledig, aber gegen ihren Willen. Italienerin, Römerin. Besessene von Deutschland. Erzählerin. Sie habt keine Zeit und kein Zeitgefühl in den Ferien. Ihre Begabung liegt in allem, das mit Kreativität zu tun hat. Musik. Dieses Wort darf man bei ihr nicht erwähnen. Sie ist eine Music'oholicerin. Meistens schleicht sie sich aus dem St. Beruf heraus um auf Konzerte zu gehen.
»Na und? Und das war jetzt schon alles?!«.
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satsuki
21:31

giovedì, 02 luglio 2009


Compro una vocale al prossimo giro personalmente

Leggo blog dalla dignità letteraria, perché chi li scrive s’inventa una maschera e una vita che ha lo spessore di un buon libro.
E così sentimenti avventure esperienze delusioni.
Mi piacerebbe somigliare a quegli autori, ma non sono mai stata brava a sceneggiare la mia, di vita: ho sempre sbagliato gli aggettivi e la punteggiatura.
Potrei tenere un diario, forse, solo se smettessi di scrivere del tutto. Al momento sono troppo impegnata a raccontare le storie degli altri per inventarne una mia. Persino se la protagonista potrebbe andare.



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satsuki
22:10

giovedì, 28 maggio 2009


Maturità personalmente, pensieri bonsai

Probabilmente essere immaturi è sentirsi ogni giorno come se l'indomani ci fossero gli esami di maturità. Un Abitur che ti va sempre stretto: e che, curiosamente, non prendi mai.



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satsuki
13:45

mercoledì, 20 maggio 2009


CtrlAltCanc personalmente, pensieri bonsai

Sono sempre più convinta che si vivrebbe meglio se solo fosse possibile formattare la propria memoria: immaginare di essere un vecchio PC, di quelli senza disco esterno; di quelli che quando ti risolvi a formattarli sai già che ci vorranno settimane prima che possa sentirli di nuovo tuoi.
Il fatto, però, è che sul momento quella scatola miracolosamente vuota ti piace come non mai, fosse solo per l'idea di ordine che comunica.
Strano tutti parlino del potere delle macchine come di una potenzialità di memoria, e non si ricordino mai, invece, come ci superino in un formidabile esercizio di dimenticanza.



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satsuki
16:05

mercoledì, 13 maggio 2009


Mutti sein. Muttizeit personalmente

A volte mi chiedo in cosa un parto scientifico sia diverso da un parto mammifero.
Esaltazione e sconforto e speranza e rabbia. Tachicardia e nausea e la vita che ti va stretta.
Il tempo che si dilata e la notte che è ancora giorno e voglie strane, per non pensare che forse sarà solo un ovulo cieco.
Poi semplicemente ricordo che non dovrò cambiare pannolini, né convivere per almeno diciotto anni con la responsabilità di un egoismo molto autoreferenziale.
Sempre che non sia un aborto, eh?



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satsuki
09:32

martedì, 24 marzo 2009


Lachen und Gesundheit personalmente

Lachen ist „Practische Psychoterapie“.
Das Lachen ist der größte Feind des Stress – denn dabei werden Endorphine ausgeschüttet. Beim Lachen tritt der Intellekt in den Hintergrund und die rechte Gehirnhälfte wird aktiviert: Der Kopf wird frei für neue Perspektiven.
In unserer unzufriedenen Gesellschaft wird zu viel gedacht, aber zu wenig gelacht. Während Kinder täglich noch bis zu 400 Mal lachen, werden Erwachsene von Jahr zu Jahr humorloser.
Umso wichtiger, dass die heilsame wirkung des Lachens immer stärker in der Therapie eingesetzt wird.
Fazit: Obwohl ich magersüchtig bin, bin ich noch ein Kind.



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satsuki
09:52

domenica, 08 marzo 2009


Contemporaneo vittoriano personalmente, alto gradimento

Come la Prosivendola di Pennac, vivo di storie. Racconto storie, interpreto storie, ho scritto una storia sul mio corpo. Come confessavo ieri ad una delle persone che più profondamente è entrata nella mia vita – quella vera. Quella che non è fatta solo di parole –, c’è stato un momento preciso nella mia esistenza in cui ho capito che, per andare avanti, dovevo cominciare a recitare un brutto, bruttissimo copione.
L’ho scritto con la sinistra – io che so usare solo il lato destro del mio corpo – e mi ci sono chiusa dentro.
Le storie, però, restano qualcosa di insostituibile fuori e dentro di me.
Negli ultimi due giorni, la notte è stata mattina. Ho sconvolto tutti i miei orari per una storia.
Io sono affamata di storie. I miei ritmi di lettura sono qualcosa che lascia sempre gli altri incredibilmente sgomenti. Entro in libreria e recito le trame di quanto vedo esposto. Il mio desiderio segreto è sempre stato sfidare la fantastica Biblioteca di Borges: leggere tutti i libri del mondo.
E poi è successo che una storia mi ha finalmente nutrita: una storia piena di difetti, intrisa di ingenuità, scontata in certi topoi visti mille altre volte. Eppure: la storia.
La narrativa contemporanea – anche la migliore narrativa. Sia chiaro che io non leggo la Meyer, come non leggo la Kinsella o Moccia. Se proprio devo perdere la vista leggendo di notte, non mi sacrifico per qualcosa che vale meno della carta igienica, in termini di valore spiccio del testo – è affascinata dall’incompiuto. Gli effetti di questo realistico quanto scoraggiante approccio al vero-narrato li sperimento tutte le rade volte in cui sfido la delusione di rileggermi: e scopro, inevitabilmente, che io non so mettere l’ultimo punto. Tutte le mie storie finiscono inaugurando un’altra storia. Sono spirali, non cerchi.
Chiunque conosca la narrativa ottocentesca – in particolar modo il grande romanzo vittoriano – si confronta invece con circonferenze perfette. Per quanto intricata possa essere la vicenda, la fine è qualcosa di incredibilmente netto.
Ho provato a chiedermi se questo non sia il precipitato di un’intera esperienza culturale: l’Ottocento borghese e le sue certezze; il Novecento tumultuoso nelle sue continue metamorfosi; un Duemila scoraggiato dalle prese di coscienza.
Andare avanti non apre mai gli occhi: al più li appanna. Così chi racconta oggi lo fa sempre ponendo avanti le mani, scuotendo il capo e ricusando responsabilità.
Da ciò, suppongo, la mia fame.
La tredicesima storia di Diane Setterfield è il brivido del vittorianesimo raccontato ai giorni nostri. È, per la verità, un libro senza tempo, annichilito come risulta lo stesso dalla dimensione onirica in cui si dipana una vicenda morbosa, che le suggestioni letterarie connotano ora di sfumature quasi gotiche; ora, semplicemente, dell’ipnotica irrequietudine che caratterizza le pagine delle Brontë. C’è la brughiera; c’è il nebbioso inverno dell’Oxfordshire; c’è la follia quasi lombrosiana di una stirpe dai capelli rosso fuoco e dagli occhi smeraldo; c’è la dimensione del segreto che, in una topica agnizione finale, viene alfine svelato.
C’è, soprattutto, una storia nella storia che, negli incisi, si offre come chiave di lettura del tutto.
La tredicesima storia, pur non somigliando in nulla al molto più celebre L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón, condivide con quest’ultimo l’ammaliante capacità di catturare il lettore e convincerlo della bontà assoluta e viva del narrato. Una storia che, a prenderne le distanze, odora solo di carta, non di vita, ma che sul momento attira come un’infallibile calamita. Nel momento stesso in cui ho avuto il libro tra le mani, non a caso, non l’ho più abbandonato – se non, svariate ore dopo e quattrocento pagine scorse, cinque minuti fa -.
Sintetizzare la trama di questo volume corposo, destinato a chi ancora nutre il gusto del romanzo, implicherebbe anticiparne il contenuto sino ad annichilire davvero il piacere della lettura. Lo si può raccontare, però, come se fosse ancora una storia – perché questo insegna, Diane Setterfield: che nessuna verità contiene un numero finito di pagine. Solo infinite combinazioni - :



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